C’è stato un momento, quest’anno, in cui ho davvero pensato di farcela. Mi ero convinta che avrei tenuto il telecomando spento, o almeno sintonizzato su qualche serie tv Netflix in lingua originale sottotitolata (sia mai Serena!), di quelle che ti fanno sentire una persona profondamente consapevole e risolta.
Le ultime vicende Rai, diciamocelo, non hanno aiutato.
Vi ricordo che sono Gemelli se nel frattempo ve lo siete scordat* e cambio idea lo stesso numero di volte che cambio il condimento della pizza (ogni volta che la ordino).
Quindi dicevamo. Tra veti, comunicati letti con la faccia di chi sta subendo un interrogatorio e quella sensazione persistente di un ritorno a un’epoca che speravamo di aver archiviato insieme alle calze color carne, la tentazione del boicottaggio è stata forte.
Eppure.
Eppure Sanremo è come quel parente un po’ imbarazzante che però, alla fine, inviti sempre a Natale. Perché senza di lui, il Natale non sarebbe la stessa cosa.
Sono rimasta lì, sospesa tra il desiderio di coerenza e la forza gravitazionale dell’Ariston. Da una parte, la rabbia per una narrazione spesso polverosa, dove il ruolo della donna sembra ancora aver bisogno di una validazione esterna o di un “permesso” per essere dirompente. (Povera Irina, ancora ci penso).
Dall’altra, la consapevolezza che Sanremo non è solo televisione: è il nostro specchio, deformante quanto volete, ma pur sempre uno specchio.
Negare Sanremo, per me, sarebbe stato un po’ come negare quella parte di me che si commuove ancora per i testi come quelli di Fulmacci o che ha bisogno di commentare il trash con le amiche sulla chat whatsapp per sentirsi parte di un qualcosa.
Perché, alla fine, siamo anche questo: un groviglio di contraddizioni.
Siamo quelli che leggono i saggi di sociologia ma che poi, a mezzanotte e mezza, aspettano l’esibizione del giovane con le treccine per storcere il naso (e rendersi conto che non era così male). Quelli che aspettano la canzone destinata a diventare il tormentone dell’estate per capire se il mondo sta davvero andando a rotoli o se siamo solo noi a stare invecchiando (spoiler: la seconda).
Ho guardato il festival, quindi. L’ho guardato masticando amaro davanti a certe battute da avanspettacolo che puzzavano di vecchio, di quel patriarcato che ti dà la pacca sulla spalla mentre ti spiega come dovresti stare al mondo. L’ho guardato irritandomi per quel perbenismo di facciata fatto di frasette messe lì senza contestualizzare, pronto a scandalizzarsi per le dichiarazioni politiche dei cantanti degli scorsi anni ma a girarsi dall’altra parte di fronte a questioni ben più profonde.
Ma l’ho guardato. E mentre lo facevo, ho capito che non è una sconfitta della coerenza. È ammettere che la realtà è fatta di sfumature. Posso detestare le dinamiche politiche che ci gravitano intorno e, contemporaneamente, lasciarmi cullare dal rito collettivo. Posso essere una donna incazzata per come viene gestito il servizio pubblico e, nello stesso tempo, piangere per un testo che parla d’amore.
Ah e ho votato, ma ho capito che è un modo anche questo per esprimermi. Perché non voti la canzone (perché dai non lo avete fatto su). Voti l’identità che più ti rappresenta. La persona a cui vorresti dare un abbraccio perché ancora una volta ti ha fatto un regalo bellissimo con quelle melodie.
Non è solo votare per partecipare, è votare per farne parte.
Suvvia. Non siamo blocchi di granito. Siamo persone che provano a stare in equilibrio tra quello che è giusto e quello che ci fa sentire a casa, anche se quella casa ogni tanto ha le pareti scrostate e un odore di muffa che vorresti mandare via aprendo tutte le finestre.
Alla fine, Sanremo vince sempre perché ci obbliga a guardarci. E quello che vediamo, nel bene e nel male, siamo proprio noi. Anche io, col mio telecomando in mano e la voglia di cambiare canale, che però non cambia mai.
❤️
Parole sante…e quanto scrivi bene cogni❤️🔥
Sei di parte <3