C’è una cosa che mi inquieta profondamente quando apro i social: l’impressione di trovarmi in un salotto ovattato, con la moquette alta e i doppi vetri, mentre fuori imperversa un uragano.
Vedo professionisti che continuano a pubblicare il loro piano editoriale fatto di “3 consigli per il tuo business” con una puntualità che rasenta il disturbo ossessivo-compulsivo, mentre il mondo là fuori si interroga su guerre, crisi climatiche, diritti calpestati e un’incertezza che ti si siede sullo stomaco appena sveglia.
Ecco, io credo che quel salotto abbia iniziato a puzzare di chiuso.
La bolla è scoppiata (ma non ce l’hanno detto)
Abbiamo passato anni a dirci che “i profili professionali devono essere asettici”. Che non bisogna esporsi, che la politica è meglio di no, che i valori personali devono stare in un cassetto perché sennò “perdi segmenti di mercato”.
Risultato? Siamo diventati dei distributori automatici di competenze. Inserisci la moneta, esce la tip. Ma le persone, quelle vere, oggi hanno la nausea della perfezione. Hanno bisogno di sentire che chi sta dall’altra parte dello schermo vive sullo stesso pianeta, respira la stessa aria pesante e, soprattutto, se ne cura.
Comunicare oggi non può prescindere dall’empatia. E non parlo dell’empatia da manuale di marketing (“mettiti nei panni del tuo cliente per vendergli meglio il tuo corso”), ma di quella umana. Quella che ti fa dire: “Oggi non riesco a parlarti di funnel, perché quello che succede nel mondo mi toglie il fiato, e vorrei parlarne con voi”.
Il coraggio di avere una personalità (e non solo un logo)
Chi oggi lancia un nuovo progetto non può più limitarsi a fare “branding”. Deve fare una dichiarazione d’intenti. Se hai il coraggio di aprire una partita IVA in questo momento storico, devi avere anche il coraggio di raccontare perché lo fai in questo contesto.
- Cosa porti di nuovo in un mondo già saturo?
- Come si posiziona il tuo lavoro rispetto a quello che accade fuori?
- Sei inclusivo perché hai letto una guida o perché ti incazzi davvero se vedi un’ingiustizia?
Le sponsorizzate per “avere follower” sono il retaggio di un’epoca in cui contavamo le figurine. Oggi contiamo le affinità. Non mi serve che tu mi convinca che sei bravo (quello lo spero, visto che ti pagano); mi serve capire se siamo dalla stessa parte della barricata.
Smettiamo di ballare mentre il Titanic affonda
Il marketing del “sorriso a 32 denti e punta il dito sul testo che compare a ritmo di funky” è diventato spettrale. È come vedere qualcuno che balla il tip-tap durante un funerale sperando che nessuno noti la bara.
Essere umani significa anche saper stare in silenzio quando serve, o saper parlare di ciò che conta davvero anche se non “converte”. O meglio parlare di ciò che conta con la consapevolezza che probabilmente il tuo profilo verrà oscurato per un bel po’. Significa rompere la bolla.
La profondità non è un vezzo per intellettuali annoiati: è l’unico modo che abbiamo per non diventare degli algoritmi viventi. Se hai una storia, se hai un progetto, se hai una visione, smetti di filtrarla per renderla accettabile. Raccontala con tutta la sua complessità, con tutta la sua sensibilità.
Perché alla fine, tra un “5 modi per” e l’ennesimo trend virale, quello che cerchiamo disperatamente è solo qualcuno che ci guardi negli occhi e ci dica: “Lo vedo anche io quello che succede là fuori. Ecco cosa sto provando a fare io, nonostante tutto”.
Il resto è solo pubblicità. E di quella siamo già pieni.